Perché le banche tedesche sono vicine al crac? Che cosa sta succedendo in Germania, con Berlino che fatica a trovare una soluzione per evitare il collasso di Deutsche Bank e Commerzbank? I due principali player tedeschi sono in crisi e le nozze, date per scontate fino a poco fa, appaiono sempre meno probabili. All’improvviso, si scopre che il malato non è l’Italia, ma è la Germania. Una situazione che non è una sorpresa, però. Basta leggere i numeri – nemmeno troppo riservati – della Banca centrale europea per scoprire che in Germania le banche si sono fatte male con la finanza tossica, soprattutto derivati. E si scopre che per troppo tempo, la vigilanza della Bce ha messo sotto la lente d’ingrandimento gli istituti italiani e i loro crediti marci, tappandosi gli occhi di fronte alle manovre finanziarie spericolate dei tedeschi. Ecco, qui di seguito, tutti i dettagli.

L’analisi dei principali indicatori economici e patrimoniali delle banche sottoposte a vigilanza europea mostra come un numero sempre inferiore riesce a coprire la metà dei costi operativi con i profitti derivanti dalla vendita di mutui e prestiti a famiglie e imprese (margini netti che ottengono sui tassi di interesse). Resta pressante, peraltro, il problema della redditività media per le banche europee che complessivamente non accenna a migliorare (roe pari al 6,88%) e rimane una grande sfida da affrontare nei prossimi anni. Ruolo cruciale rimane quello del management (di qualità) nella gestione del business per produrre utili aumentare la capacità di produrre reddito. I compensi, nel frattempo, rimango elevati.

Ecco i dati: in Italia le banche hanno un roe del 7,7% e un cost to income ratio del 63,4%; in Francia i due valori si attestano, rispettivamente, al 6,9% e al 73,1%; in Germania al 3,1% e all’81,3%; in Spagna al 9% e al 51,8%; la media Ue è pari al 6,9% per quanto riguarda il roe e del 65,6% per il cost to income ratio. I dati – che vengono fuori dagli archivi della Banca centrale europea – ci dicono che l’industria creditizia della Penisola sta molto meglio della concorrenza del Vecchio continente.

Esaminando la qualità del credito del sistema, l’ammontare complessivo dei crediti deteriorati a livello europeo prosegue il trend di riduzione (ora pari a 657 miliardi e tocca i minimi storici, 4,40% del totale crediti per le banche a rilevanza sistemica) da quando è stata introdotta la nuova definizione europea di “non performing loan”, ma rimane alto il rischio derivati. Vediamo i dati: in Italia l’esposizione delle banche alla finanza tossica è pari al 3,6% degli asset finanziaria contro il 9% della Francia, il 12% della Germania, il 4,2% della Spagna e l’8% della media Ue. Se, invece, si guarda agli npl, si scopre che sì, dentro i nostri confini, i crediti marci hanno un peso rilevante sul totale delle masse finanziarie: 9,7% contro l’1,7% della Germania, il 3% swll Francia, il 4,3% della Spagna e il 4,4% della media europea.

Un occhio ai valori assoluti. Nei bilanci delle banche europee si trovano ben 1.450 miliardi di derivati, un valore anche superiore a quello del patrimonio netto di tutte le banche (1.394 miliardi). Complessivamente, i derivati pesano per l’8% dell’attivo di bilancio con valori molto alti per gli istituti di credito tedeschi, inglesi, (12% -13%,) e francesi (9%).  Quasi 4 volte il valore per le banche italiane (3,7%). Questo vuol dire che non solo le banche europee continuano a vendere prodotti finanziari complessi e a fare finanza creativa, quella che ha generato la crisi dell’intero sistema finanziario, ma non riescono a fare vera banca con una giusta remunerazione per il capitale.