Da Cenerentole a (improvvise) regine d’Europa. Con una migliore redditività, indicatori patrimoniali in crescita, maggiori coperture per i crediti marci. Grazie ad importanti aumenti di capitale e con pochi soldi dei contribuenti rispetto alla media europea. Le banche italiane cercano la riscossa. Con Unicredit che pensa di papparsi CommerzBank e IntesaSanpaolo che si prepara a rispondere con qualche assalto dentro i nostri confini e, più in là, anche con operazioni cross border. E poi ci sono altre realtà che preparano a consolidarsi, come UbiBanca e BancoBpm, mentre Bper (grazie all’acquisto di Unipol Banca) ha già fieno in cascina per resistere.

Ecco un po’ di dati e numeri. Il sistema bancario italiano ha risentito meno degli effetti negativi della crisi economica internazionale e della successiva fase recessiva e si trova in una posizione di vantaggio rispetto ai player europei grazie alla minore esposizione ai mercati emergenti, al contenuto rischio di derivati in bilancio, alla modesta redditività, alla tenuta dell’attività tradizionale e alla pulizia dei bilanci dei crediti deteriorati.

Negli ultimi anni, le banche italiane hanno saputo ben gestire i rischi e coprirli con il capitale a disposizione, anche in parte grazie a fenomeni diffusi di aggregazioni e patrimonializzazione (aumenti di capitale sociale). La crescita dell’indicatore patrimoniale (Tier Capital ratio) dal 2015 al 2018 ne è la prova (+2% rispetto a all’1% delle banche francesi e tedesche). Nonostante il livello di tassi di interesse molto bassi, hanno continuato a generare profitti e ad essere “attrattive” per gli investitori stranieri.

La redditività delle banche italiane rimane infatti – anche se di poco – superiore alla media europea (roe ovvero il “ritorno” sul capitale è pari al 6,8%) e molto più alta rispetto ai competitors europei quali Germania (3,17%), Francia (6,9%).  Continua, dentro i nostri confini soprattutto, a migliorare la qualità del credito. La pulizia dei bilanci ha prodotto risultati positivi anche sulle banche italiane ma rimane alto lo sforzo per assecondare le richieste della Bce. In termini assoluti il valore dei crediti deteriorati è diminuito ma la percentuale complessiva sul totale crediti (9,7%) rimane superiore alla media europea. Un dato rassicurante è che le banche italiane hanno accantonato, più di tutte le altre europee, fondi per coprire i crediti “malati” (grado di copertura pari al 53%, contro Germania 38%, Francia 47%, Spagna 43%).

Gli istituti di credito italiani hanno fatto quasi tutto da soli. Gli interventi pubblici di sostegno al settore bancario del Belpaese sono stati molto più contenuti che negli altri principali paesi europei e hanno contribuito alla formazione del debito pubblico italiano se non nella misura dell’1,3%. Negli anni di picco della crisi, Il peso di questi interventi sul debito pubblico degli altri paesi è stato maggiore: 4% per la Francia e Spagna e 12% per la Germania.

Certo, non sono tutte rose e fiori. Ciò che pesa sul sistema Italia oggi è il rischio sovrano ovvero gli oltre 450 miliardi di titoli di stato detenuti dai grandi gruppi. L’aumento del rischio Italia ha già avuto effetti sulle quotazioni azionarie delle banche che hanno perso metà del valore dall’inizio del 2018 a oggi.